COME MI VIENE...

mercoledì, 29 luglio 2009

DISATTENZIONE

di Wislawa Szymborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché -
e da dove è saltato fuori uno così -
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.


è venuto così a: tiggei71 erano le ore 09:11 | link | commenti
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mercoledì, 15 luglio 2009

DAI DISCORSI A ME STESSO

Non dirmi cosa devo fare della mia vita.

Non indicarmi la strada maestra.

Io la strada maestra l’ho vista negli occhi di un bimbo.

Quell’azzurro perso nell’infinito grondava sangue.

Ho visto il suo cuore sanguinare

Di una ferita che mai si cicatrizzerà.

L’ho visto correre intorno a un casolare

Inseguito dai suoi compagni

Distrutto, ansimante, continuava a fuggire

Nessuno di loro poteva lenire le sue ferite

Il suo cuore batteva forte

quando la mia mano sul suo petto si è posata

per cercar di fermare quella sua folle corsa.

 

L’ho vista in me bambino, 34 estati fa

mano nella mano con mio fratello

verso la fine del nostro mondo

E’ lì che l’ho portato. È lì che ci siamo seduti

Sulle colonne di Ercole. Il mondo ai nostri piedi

Ero felice, gli indicai la valle

Un giorno sarà nostro, pensai

Potremo muoverci liberamente lungo quelle strade

La catena era ancora troppo corta per farlo quel dì

Nei miei occhi si rifletteva il mondo che volevo

Lo respirai per sentirmelo dentro per tutta la vita

E ancora oggi, se chiudo gli occhi

Riesco a sentirlo. E lo chiamo libertà

 

L’ho sentita nelle parole di un’adolescente

Nel suo essere sempre meno bambina, sempre più donna

Nei suoi occhi verdi era tangibile l’allontanamento

Dal suo Io per raggiungere il Noi

Modificarsi, cambiar rotta, allinearsi

Ho osservato la sua entrata nel mondo dei grandi

Che sento ogni giorno meno mio

L’ho vista proceder spedita e veloce

E felice. Seguire il branco, allontanarsi dalla verità

Che solo la fanciullezza ci fa portare dentro

Benvenuta in questo laido mondo, le ho detto

Ma non dimenticare mai quel che eri

Quel che sei, che tanto si discosterà da quel che sarai

 

Si fa presto, amico, a dimenticare quel che eravamo

I nostri giochi di bambini

I nostri desideri. I nostri pensieri. La nostra felicità

Ogni giorno un po’ di più offuscata

Da un sordido male di vivere

Io però ricordo tutto. Chi ero, cosa volevo

Chi sono, cosa voglio

Mi passo la mano sui capelli sempre più radi e bianchi

Ma sento ancora io miei riccioli neri

Capricci di un bimbo che voleva volare

Ma le sue ali furono tarpate


Oggi, queste ali, si svegliano dal letargo

Perdono qualche piuma

sono un po' stropicciate e anchilosate

Ma lentamente si aprono

Pronte a riprendere il volo

Verso il mio vero Io

Quello che tu hai abbandonato

Per calpestare le orme altrui.

Ti saluto, amico, riprendo il mio volo solitario

Non dolertene più di tanto

Tornerò spesso ad incrociare la tua via


è venuto così a: tiggei71 erano le ore 23:38 | link | commenti
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lunedì, 06 luglio 2009

OLTRE LE NUVOLE

È una bella stellata qui a Bovolenta, stanotte. Fuori dal balcone fumo una sigaretta osservando il cielo. La notte. La mia signora. Lo è sempre stata e sempre lo sarà. La luna, che un giorno mi fu regalata da una magnifica fanciulla. Le stelle. Mi fanno tornare in mente una canzone dei boy-scout quando, tenendoci per mano intorno al fuoco, la cantavamo sommessamente. “quante stelle quante stelle/dimmi tu la mia qual è/non ambisco la più bella/purché sia vicino a te”. Era una preghiera che rivolgevamo a Dio e che poneva fine all’ennesima, dura giornata di campo. Io no. Non pensavo mai a Dio in quei frangenti. Osservavo il cielo mentre cantavo quella canzone, spesso gli occhi si riempivano di lacrime e il canto si strozzava in gola. Cercavo la mia stella. La volevo bella e vicino a Te. Amavo. C’era sempre una qualche ragazza che mi piaceva, al punto da confondere questo sentimento con l’amore. 24 anni dopo guardo ancora le stelle e canto quella canzone, chiedendo al mio dio -che non so neppure chi sia e se davvero esista, ma la cosa non mi tange- di averne una tutta per me. Classico romanticismo di fine giornata che stride con il mio quotidiano, nel quale raramente ne permea anche solo un po’. E quando ciò avviene, la gente sgrana gli occhi. Io però cerco sempre la mia stella, l’ho sempre cercata. Talvolta con ansia, altre volte senza fretta. Ma sono attentissimo ai messaggi che mi vengono trasmessi. Alle reazioni delle persone a quel che dico. Alla capacità che hanno di leggermi tra le righe. Perché il vero Gianluca è quel che si legge fra le righe, è lì che batte il mio cuore. E’ lì che alberga il mio sentimento più puro. Da non mostrare a chicchessia, da lasciar intuire a chi è puro di cuore. La luna, quasi piena, mi guarda e sembra quasi che mi sorrida. Fa sempre così quando amo. E io oggi amo. Amo chi probabilmente non avrò mai, ma mi lascio cullare dalle poche possibilità che ho di averla e lascio che sia. Lascio che il sentimento cresca dentro me al punto tale da farmi impazzire di gioia. Voglio toccare il cielo con un dito. Per poi cadere col viso in mezzo alla polvere. Farmi male. “Non mi va di innamorarmi perché poi ne soffro”. Qualcuno mi ha detto questo, poco fa’. Io voglio soffrire, invece. Voglio sentirmi la sofferenza dentro perché è vero che fa star male, ma è pur vero che amare fa raggiungere l’estasi. La felicità suprema. Che è quella che io desidero. Allora, io oggi mi dico: val la pena di rischiare.


è venuto così a: tiggei71 erano le ore 22:08 | link | commenti (1)
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NOTTE ROSA

Raccolgo le mie ultime energie per salutare una mamma con la propria figlia, quattro occhi azzurri che guardavano i miei, stanchi e chiusi, e raccontavano felici la notte passata insonne nel bungalow mentre la pioggia picchiava con forza sul tetto, rendendosi insopportabile. Sorrido ancora a quel piacevole sguardo di donna mentre scendo dal treno nella stazione dove ero arrivato appena due ore prima. Da solo. In mezzo ad un mare rosa, bagnato ed ondeggiante. Ma calmo. Anch'io come il mare, ubriaco e bagnato. E calmo. Anche affamato, direi. Qualcuno dorme per terra, sfinito; altri, infreddoliti, si stringono fra loro. Dei miei amici, nessuna traccia. Vedo Andrea mentre l'ultimo morso di un anonimo kebap si mescola alla carne salata fagocitata a cena; attacca a parlare ripetendo per ben tre volte l'orario di partenza del treno. Cosa che vagamente sapevo già; lo ascolto più o meno attentamente cercando con la forza del pensiero di raddrizzare il percorso sghembo delle sue parole, incerte sui piedi e sballottate di qua e di là dalla forza dell'alcol. Non vi riesco. Memorizzo l'orario, però: 6:24. La stazione è silenziosa, vuota. Il mare rosa è evaporato. Due birri annotano qualcosa sul taccuino; non credo siano numeri di telefono di avvenenti ragazze; anche perché di ragazze in giro non ne vedo. Qualche divisa FF.SS. pulisce con fare certosino il pavimento, per quanto da pulire sia rimasto ben poco. Esco con passo stanco e mi avvio verso il centro. Mi tornano alla mente le urla dei ragazzi che cercano di farsi capire in mezzo ad una musica assordante, con un bicchiere in mano ripieno del solito veleno. Ora ci sono io e il suono dei miei passi. Nessuna macchina in giro. Qualche vecchio silenzioso cammina senza guardarti, altri fermi ai lati della strada parlano sussurrando quasi ad evitare di spezzare l'incantesimo mattutino. Passo col mio zaino colmo di emozioni e di una stanchezza da guinness dei primati. Gli uccellini festeggiano l'arrivo di un nuovo giorno, l'ennesimo senza sole, con tanta pioggia durante la notte. Io quella pioggia ce l'ho ancora addosso. Le mie spalle la ricordano bene, così come le mie scarpe nelle quali l'acqua si è incontrata con la sabbia creando qualcosa di duro proprio sul fondo. Continuo ad ascoltare il silenzio, sfiorando l'asfalto per rendermi ancora più invisibile ad un popolo che lentamente si sveglia dal torpore di una notte passata nel proprio letto a dormire e sognare. Assaporo il momento lasciando scorrere emozioni sulla mia pelle, dimenticando la stanchezza e lasciando evaporare gli ultimi fumi di un fiume in piena che stanotte m'ha investito a colpi di bottiglie da 33 cl. La piazza centrale è già sveglia. Scema il cinguettìo degli uccelli a vantaggio di quello umano. Fanno da cornice qualche pianta e tanti fiori, di tutti i colori. Mi fermo un secondo, trattengo il fiato e resto basito da tanta bellezza. Ecco la gente. I loro passi, le loro voci. Seduta nei tavolini di un bar a far colazione. Davanti a un'edicola a commentare i fatti del giorno. Un bambino corre felice. Sta entrando in chiesa, ed è lì che mi accorgo che sono ancora tante le persone che sentono questo bisogno. Dalla porta aperta giunge odore d'incenso, alle mie orecchie arriva l'eco di note stanche e tediose. Lentamente prosegue la mia avanzata verso l'auto. Non ho bisogni mentre guardo la città che sbadiglia. Nell'aria vibra la Felicità, e tutti con essa. Non si può non esser felici quando, ancora nel proprio letto, ci si stropiccia gli occhi e si prende atto che anche oggi vi sarà un presente da vivere. Io stamani non mi son svegliato; neppure ieri sera; ma sono tanto felice! Felice di esserci, felice di quel che è stato, felice di non sentire il rumore di automobili. Gli uccelli scherzano e giocano tra loro e sovrastano persino le voci umane. Mi fermo un secondo, respiro. È una notte magnifica, che non dovrebbe mai finire. Subito dopo raggiungo la macchina, l'accendo e torno a casa. Cala il sipario sulla notte. E su di me, magnifico eroe insieme ai soliti, magnifici amici.


è venuto così a: tiggei71 erano le ore 11:35 | link | commenti
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venerdì, 03 luglio 2009

Il vino batte ancora forte sulle mie tempie, del resto ho appena ingollato l'ultimo bicchiere di vino, quello che accanna la bottiglia di un rosso piceno superiore degno della serata appena trascorsa. Ho bevuto in compagnia di un amico che non vedevo da tempo... che ha le sue stranezze... che ogni tanto si allontana da me... ed io da lui... cui voglio un gran bene, anche se talvolta non glielo dimostro... e lui talvolta non lo dimostra a me. Il mio migliore amico è lui. L'alcool brucia con ferocia qualche mio neurone, forse gli ultimi rimasti a disposizione, le mie mani corrono veloci sulla tastiera a scrivere non so che, non so cosa, sicuramente roba che un senso non ha per chi legge ma lo ha per me, perchè è un'emozione. Confusa. Inutile. Un po' triste. Ma lasciale fare. La loro velocità è dettata dalla mia voglia di buttarmi alle spalle un'emozione. E' l'inizio del mio compleanno, solito compleanno passato da solo, come io voglio che sia. Non me ne frega un cazzo di festeggiare, a me interessa vivere. E' così, vivendo, che riesco a festeggiare ogni ora della mia vita. Ogni mio respiro. Perchè io respiro. A volte con fare ansioso, a volte con maggior rilassatezza, a volte mi lascio trascinar dagli eventi ed è come se il respiro non fosse più mio. Mi adeguo al ritmo degli altri, dimenticando quel che sono e quel di cui ho bisogno. Ma sempre più spesso il respiro è solo mio. Tutto mio, e di nessun altro.
Non importa tutto ciò. Non ora. Importa quel che ora sento e che l'alcool sta annebbiando. Ho paura. Paura di cosa, di chi, e perché: è ciò che mi chiedo. Ma la paura resta. La mente si confonde tra mille ricordi e mille emozioni, mi sento in palla, su questo non ci piove, ma... Ma, cazzo, sulla punta delle mie dita c'è ancora la percezione tattile di un fianco che loro hanno toccato. Che loro hanno palpato. Che loro son riuscite ad amare pur essendo stata una roba di pochi minuti, forse di pochi secondi. E' la prima volta che una percezione tattile rimbomba così forte su tutte le pareti del mio cervello in modo da render vive certe sensazioni. Ed io ora me le godo. Ed io oggi voglio piangere. Di felicità. Ma voglio anche amare quel fianco. Perchè io sento che sotto quella maglia bianca che avvolgeva un corpo da favola c'è un cuore che avrebbe voluto battere, ma ha smesso di farlo... perchè la vita non va mai come vorresti che vada... ma tante volte, inaspettato, dietro l'angolo, dietro l'apparente nulla... c'è il tutto. In mezzo al tutto, vive il mio sogno

è venuto così a: tiggei71 erano le ore 00:22 | link | commenti
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