COME MI VIENE...

martedì, 03 novembre 2009

LA FINE DI UNA STORIA

Desiderava solamente tornare a casa, al più presto, ed infilarsi sotto le coperte. Aveva le palpebre sempre più pesanti, gli occhi stentavano a rimanere aperti. Viaggiò spedito fino alla tangenziale. Anche stavolta, però, il fato aveva architettato per lui un gran brutto scherzo. Era da poco passata l’una, quando si ritrovò immobile sull’autostrada. Una coda a quell’ora? Pressoché impossibile. Credici, invece: sei fermo! Puoi anche spegnere la tua auto, ora. S’era imbattuto in un fottuto incidente. Di conseguenza, i tempi di rientro si sarebbero notevolmente allungati. In altre circostanze si sarebbe adirato e avrebbe cominciato a smoccolare senza ritegno. Quel giorno però rimase calmo, tranquillo. Rassegnato. La fila procedeva molto lentamente; velocemente invece la sua mente andò a ritroso, ripercorse quella lugubre serata. Poi si spinse oltre, indietro nel passato. Il passato trascorso con lei. Con la mente provò e riprovò tutte le emozioni, tutte le palpitazioni del suo cuore. Tutte le gioie, le speranze, le delusioni. Di tempo ne aveva, del resto. Uno strazio. Bologna. Ancora fermo in autostrada. Pieno di sonno. Di tristezza. Le labbra chiuse e per nulla predisposte al sorriso. Ad una battuta che potesse stemperare la tensione. Quella che era stata una giornata disastrosa e che sperava finisse in un lampo, aveva tutta l’aria di essere infinita. Fermo sull’autostrada a pensare e ripensare di nuovo a quella serata. Ricordare ciò che era appena successo. Immortalare nella propria memoria, per sempre, l’addio più pesante della sua vita. La fine ufficiale di una storia. Il suo piucheamore si era sciolto come neve al sole. Continuava maledettamente a pensare e ripensare, senza interruzione, in maniera sempre più incalzante... quando invece avrebbe  voluto solamente chiudere gli occhi e addormentarsi. Sognare qualcosa di spensierato. Qualcosa che lo aiutasse a superare (e in tutta fretta, anche se si rendeva conto che ciò era impossibile) quella tanto cocente quanto preventivata delusione. Invece no. Aveva ancora il suo odore addosso, quel profumo lo accompagnava e paralizzava tutti i sensi. Lo avvolgeva e gli stringeva lo stomaco. Glielo contorceva con violenza inaudita. Lo spremeva come un limone. I suoi occhi avrebbero voluto versare litri e litri di lacrime. Invece no. Invece non ce la facevano neppure ad inumidirsi. Avrebbe voluto provar rabbia nei confronti di quella donna, avrebbe voluta odiarla con tutto sé stesso, ma non vi riusciva. Avrebbe voluto non pensare più a lei, ma neppure questa era cosa fattibile. Nell’altra corsia i camion sfrecciavano veloci per giungere in fretta a destinazione, scaricare la merce e tornare indietro. Ogni bestione che passava faceva vibrare violentemente la sua auto. Il suo corpo vibrava molto più violentemente, e non per colpa dei TIR. Fermo in mezzo alla strada, circondato da silenziosi sconosciuti ciascuno dentro la propria auto, l'uomo stava godendosi il momento più brutto della sua vita. Ma non c’era più tempo per pensare, la fila cominciò improvvisamente a muoversi, sempre più velocemente. Si ripartiva. Era giunto il momento di marciare verso casa. L’autostrada dopo un incidente assomiglia molto alla vita. Il cammino lentamente riprende, lasciando alle proprie spalle qualche detrito sparso lungo la carreggiata quale testimonianza di un tragico evento. E un corpo, oramai freddo, sul selciato, pietosamente coperto da un lenzuolo bianco.


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categorie: amore
giovedì, 22 ottobre 2009

RIPRESA DELLE ATTIVITA'

Chiuso in me, lascio che il tempo passi via alla velocità che lui vuole senza nessuna esigenza da parte mia. Mi volgo immediatamente indietro e scopro che qualche errore l'ho fatto, errore per il quale mi sono macerato dentro a sufficienza. Asciugo le lacrime del mio cuore inebetito, mi rialzo e riprendo il mio cammino. La strada la so, e la seguo in silenzio. E questo blog ne è la voce. Silenzio. Mesi e mesi. Per chi, per cosa, per che non ha granché importanza. Il mio cuore si è perso correndo dietro a improponibili immagini assolutamente artefatte che la mia mente voleva fossero così come le desiderava. La mente gioca brutti scherzi. Mai (più) indurre l'amore. L'amore nasce dentro. Lentamente apre gli occhi e prende a respirare. Poi osserva. Ascolta. Memorizza. Gattona e muove i primi passi. Incerti prima, sempre più sicuri poi. A volte cade, si fa male e piange. Ma si rialza sempre, e il giorno dopo corre già più veloce di prima. Fin quando l'amore resta bambino non smetterà mai di correre e di sognare. Il problema si pone quand'esso diventa adulto

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giovedì, 10 settembre 2009

NACQUI SENZA SAPERLO

nacqui senza saperlo, fui sbattuto in questo laido mondo senza che nessuno mi chiedesse il consenso, scritto o orale che fosse. O mi domandasse:

ehi, gamete, ti va di nascere?

Chiesi ai miei del perché di quella loro decisione che coinvolse così pesantemente anche me. Mi risposero:

“Mo' non ti va bene manco questo?”

“No, no, sono davvero felice di esser nato. Però la prossima volta avvertitemi, mi fareste l'uomo più felice del mondo”.

“E' difficile, Gianluca, esser genitori. Si sbaglia, si sbaglia spesso. Si è costretti a prender delle decisioni che coinvolgono altre vite, innocenti vite, ma così è. Mettere al mondo un figlio è un atto di coraggio che non tutti comprendono sino in fondo. E poi preservarlo, farlo crescere, insegnargli la retta via, ma poi lasciarlo comunque libero di scegliere la sua strada poiché è sua la vita. È tua la vita, non nostra, e quel che a noi è parso giusto potrebbe non esserlo per te. Il nostro compito è quello di svezzarti, poi dovrai imparare a camminare da solo, senza paure, ma consapevole del percorso che hai intrapreso. Cadrai spesso, ti farai male, tanto male, lenirai le ferite con le tue lacrime, ma dovrai sempre risollevarti anche quando sarai talmente debole da non farcela più. Ora vai per la tua via, abbandona la nostra, e non voltarti più. Guarda avanti a te, occhio agli ostacoli che incontrerai, e non aver rimpianti. Non esistono gli errori, esistono le scelte. Fai le tue e sii sempre orgoglioso di te stesso. Àmati come noi ti abbiamo amato anche se, talvolta, non te lo abbiamo dimostrato. Saremo sempre orgogliosi di te, sei il nostro figlio, ti abbiamo voluto noi e, come allora ti abbiamo dato la vita, ora ti diamo il dono più grande che un uomo possa desiderare: la libertà”.

Confuso, ringraziai e me ne andai caracollando sulle mie incerte gambe. Caddi subito, mi rialzai, ma poi caddi ancora, e ancora, e ancora. Mi feci male, a volte molto di più. Mi voltai indietro con le lacrime agli occhi, chiamai disperato mia madre, poi con rabbia mi rialzai e imposi a me stesso che era giunto il momento di imparare a camminare da solo. Continuo a cadere, sento ancora il dolore, meno forte di prima, e comunque mi rialzo sempre. I miei occhi guardano sempre davanti, la mia mente torna spesso indietro e si culla nei ricordi della mia fanciullezza, spulciando lì in mezzo qualche spunto della mia reale essenza da sostituire all'io che sono diventato.


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mercoledì, 05 agosto 2009

forzatura di un'emozione

Lui è seduto davanti al solito schermo bianco pronto a riempirlo di emozioni che stavolta non arrivano. Eppure il suo cuore ne ha tante da esternare. C'è un week-end nella terra natia da immortalare, nero su bianco, con tutte le sensazioni delle quali è riuscito a godere. Ma nulla esce da dentro sé, tutto resta ben preservato e trattenuto da un cuore che non ha voglia di aprirsi. Non oggi. Forse è stanco. Forse non sa da dove cominciare. Forse le emozioni sono così tante e concatenate da impedirne l'uscita.
Tutto però ha un inizio, ed anche stavolta è femmina colei che apre le danze.
In lei scorre anche un po' del suo sangue (speriamo sia poco, pensa talvolta). La prende in braccio e la porta a fare un giro nel giardino. In mezzo ai fiori. Alle piante. E ai mille colori della natura. La bimba, silenziosa, osserva tutto attentamente. I suoi occhi blu roteano su tutto quel che la circonda restando impressionati dalle tante sfumature e dai sospiri silenziosi che le piante offrono a chi le osserva con fare attento. Lei non si distrae, allunga  lentamente la manina per prendere  un fiore che sporge, con fare interrogativo lo mira e lo rimira. Poi lo avvicina a quelle labbra carnose che Madre Natura le ha donato. Lui ride di gusto, allontanando il fiore dalla sua boccuccia, poi con l'altra mano stacca una spiga di lavanda, la annusa e la porge alla piccola. Il viola della spiga le fa strabuzzare gli occhi, poi le sue narici si allargano ed ora anche il suo olfatto riesce a goderne. Le piace quell'odore, continua ad annusarlo restando cheta. Silenziosa. Come tutto ciò che la circonda. Dalla strada il rumore di qualche macchina di passaggio. Dalla cucina la voce della madre e della nonna che ciarlano beatamente mentre preparano la pappa. Il padre siede taciturno sul divano, ufficialmente intento a guardare la tele, di sottecchi lancia lo sguardo oltre la veranda, verso il giardino, ed osserva la propria figlia tra le braccia del fratello. Sembra che lui le stia parlando, ha in mano una spiga di lavanda. Sono passati sei mesi dal primo vagito della bimba, che ora cresce rigogliosa e con una gran curiosità di saperne di più di quel che la circonda. Il padre si sforza di ricordare qualcosa del passato, quando al posto della bimba c’era lui ed anche in quella circostanza il fratello lo nutriva delle scarse conoscenze che aveva del mondo. Ogni tentativo è vano: nella sua mente non vi sono ricordi che lo riportino indietro nel tempo. È il fratello a farlo, talvolta, perché lui invece ricorda tutto. O forse ha solo una fervida fantasia.


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mercoledì, 29 luglio 2009

DISATTENZIONE

di Wislawa Szymborska

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare
domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.

Inspirazione, espirazione, un passo dopo
l’altro, incombenze,
ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.

Il mondo avrebbe potuto essere preso per
un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.

Nessun come e perché -
e da dove è saltato fuori uno così -
e a che gli servono tanti dettagli in movimento.

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro
(e qui un paragone che mi è mancato).

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Su un tavolo più giovane da una mano d’un
giorno più giovane
il pane di ieri era tagliato diversamente.

Le nuvole erano come non mai e la pioggia
era come non mai,
poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse,
ma già in uno spazio lasciato per sempre.

E’ durato 24 ore buone.
1440 minuti di occasioni.
86.400 secondi in visione.

Il savoir-vivre cosmico,
benché taccia sul nostro conto,
tuttavia esige qualcosa da noi:
un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal
e una partecipazione stupita a questo gioco
con regole ignote.


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mercoledì, 15 luglio 2009

DAI DISCORSI A ME STESSO

Non dirmi cosa devo fare della mia vita.

Non indicarmi la strada maestra.

Io la strada maestra l’ho vista negli occhi di un bimbo.

Quell’azzurro perso nell’infinito grondava sangue.

Ho visto il suo cuore sanguinare

Di una ferita che mai si cicatrizzerà.

L’ho visto correre intorno a un casolare

Inseguito dai suoi compagni

Distrutto, ansimante, continuava a fuggire

Nessuno di loro poteva lenire le sue ferite

Il suo cuore batteva forte

quando la mia mano sul suo petto si è posata

per cercar di fermare quella sua folle corsa.

 

L’ho vista in me bambino, 34 estati fa

mano nella mano con mio fratello

verso la fine del nostro mondo

E’ lì che l’ho portato. È lì che ci siamo seduti

Sulle colonne di Ercole. Il mondo ai nostri piedi

Ero felice, gli indicai la valle

Un giorno sarà nostro, pensai

Potremo muoverci liberamente lungo quelle strade

La catena era ancora troppo corta per farlo quel dì

Nei miei occhi si rifletteva il mondo che volevo

Lo respirai per sentirmelo dentro per tutta la vita

E ancora oggi, se chiudo gli occhi

Riesco a sentirlo. E lo chiamo libertà

 

L’ho sentita nelle parole di un’adolescente

Nel suo essere sempre meno bambina, sempre più donna

Nei suoi occhi verdi era tangibile l’allontanamento

Dal suo Io per raggiungere il Noi

Modificarsi, cambiar rotta, allinearsi

Ho osservato la sua entrata nel mondo dei grandi

Che sento ogni giorno meno mio

L’ho vista proceder spedita e veloce

E felice. Seguire il branco, allontanarsi dalla verità

Che solo la fanciullezza ci fa portare dentro

Benvenuta in questo laido mondo, le ho detto

Ma non dimenticare mai quel che eri

Quel che sei, che tanto si discosterà da quel che sarai

 

Si fa presto, amico, a dimenticare quel che eravamo

I nostri giochi di bambini

I nostri desideri. I nostri pensieri. La nostra felicità

Ogni giorno un po’ di più offuscata

Da un sordido male di vivere

Io però ricordo tutto. Chi ero, cosa volevo

Chi sono, cosa voglio

Mi passo la mano sui capelli sempre più radi e bianchi

Ma sento ancora io miei riccioli neri

Capricci di un bimbo che voleva volare

Ma le sue ali furono tarpate


Oggi, queste ali, si svegliano dal letargo

Perdono qualche piuma

sono un po' stropicciate e anchilosate

Ma lentamente si aprono

Pronte a riprendere il volo

Verso il mio vero Io

Quello che tu hai abbandonato

Per calpestare le orme altrui.

Ti saluto, amico, riprendo il mio volo solitario

Non dolertene più di tanto

Tornerò spesso ad incrociare la tua via


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lunedì, 06 luglio 2009

OLTRE LE NUVOLE

È una bella stellata qui a Bovolenta, stanotte. Fuori dal balcone fumo una sigaretta osservando il cielo. La notte. La mia signora. Lo è sempre stata e sempre lo sarà. La luna, che un giorno mi fu regalata da una magnifica fanciulla. Le stelle. Mi fanno tornare in mente una canzone dei boy-scout quando, tenendoci per mano intorno al fuoco, la cantavamo sommessamente. “quante stelle quante stelle/dimmi tu la mia qual è/non ambisco la più bella/purché sia vicino a te”. Era una preghiera che rivolgevamo a Dio e che poneva fine all’ennesima, dura giornata di campo. Io no. Non pensavo mai a Dio in quei frangenti. Osservavo il cielo mentre cantavo quella canzone, spesso gli occhi si riempivano di lacrime e il canto si strozzava in gola. Cercavo la mia stella. La volevo bella e vicino a Te. Amavo. C’era sempre una qualche ragazza che mi piaceva, al punto da confondere questo sentimento con l’amore. 24 anni dopo guardo ancora le stelle e canto quella canzone, chiedendo al mio dio -che non so neppure chi sia e se davvero esista, ma la cosa non mi tange- di averne una tutta per me. Classico romanticismo di fine giornata che stride con il mio quotidiano, nel quale raramente ne permea anche solo un po’. E quando ciò avviene, la gente sgrana gli occhi. Io però cerco sempre la mia stella, l’ho sempre cercata. Talvolta con ansia, altre volte senza fretta. Ma sono attentissimo ai messaggi che mi vengono trasmessi. Alle reazioni delle persone a quel che dico. Alla capacità che hanno di leggermi tra le righe. Perché il vero Gianluca è quel che si legge fra le righe, è lì che batte il mio cuore. E’ lì che alberga il mio sentimento più puro. Da non mostrare a chicchessia, da lasciar intuire a chi è puro di cuore. La luna, quasi piena, mi guarda e sembra quasi che mi sorrida. Fa sempre così quando amo. E io oggi amo. Amo chi probabilmente non avrò mai, ma mi lascio cullare dalle poche possibilità che ho di averla e lascio che sia. Lascio che il sentimento cresca dentro me al punto tale da farmi impazzire di gioia. Voglio toccare il cielo con un dito. Per poi cadere col viso in mezzo alla polvere. Farmi male. “Non mi va di innamorarmi perché poi ne soffro”. Qualcuno mi ha detto questo, poco fa’. Io voglio soffrire, invece. Voglio sentirmi la sofferenza dentro perché è vero che fa star male, ma è pur vero che amare fa raggiungere l’estasi. La felicità suprema. Che è quella che io desidero. Allora, io oggi mi dico: val la pena di rischiare.


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NOTTE ROSA

Raccolgo le mie ultime energie per salutare una mamma con la propria figlia, quattro occhi azzurri che guardavano i miei, stanchi e chiusi, e raccontavano felici la notte passata insonne nel bungalow mentre la pioggia picchiava con forza sul tetto, rendendosi insopportabile. Sorrido ancora a quel piacevole sguardo di donna mentre scendo dal treno nella stazione dove ero arrivato appena due ore prima. Da solo. In mezzo ad un mare rosa, bagnato ed ondeggiante. Ma calmo. Anch'io come il mare, ubriaco e bagnato. E calmo. Anche affamato, direi. Qualcuno dorme per terra, sfinito; altri, infreddoliti, si stringono fra loro. Dei miei amici, nessuna traccia. Vedo Andrea mentre l'ultimo morso di un anonimo kebap si mescola alla carne salata fagocitata a cena; attacca a parlare ripetendo per ben tre volte l'orario di partenza del treno. Cosa che vagamente sapevo già; lo ascolto più o meno attentamente cercando con la forza del pensiero di raddrizzare il percorso sghembo delle sue parole, incerte sui piedi e sballottate di qua e di là dalla forza dell'alcol. Non vi riesco. Memorizzo l'orario, però: 6:24. La stazione è silenziosa, vuota. Il mare rosa è evaporato. Due birri annotano qualcosa sul taccuino; non credo siano numeri di telefono di avvenenti ragazze; anche perché di ragazze in giro non ne vedo. Qualche divisa FF.SS. pulisce con fare certosino il pavimento, per quanto da pulire sia rimasto ben poco. Esco con passo stanco e mi avvio verso il centro. Mi tornano alla mente le urla dei ragazzi che cercano di farsi capire in mezzo ad una musica assordante, con un bicchiere in mano ripieno del solito veleno. Ora ci sono io e il suono dei miei passi. Nessuna macchina in giro. Qualche vecchio silenzioso cammina senza guardarti, altri fermi ai lati della strada parlano sussurrando quasi ad evitare di spezzare l'incantesimo mattutino. Passo col mio zaino colmo di emozioni e di una stanchezza da guinness dei primati. Gli uccellini festeggiano l'arrivo di un nuovo giorno, l'ennesimo senza sole, con tanta pioggia durante la notte. Io quella pioggia ce l'ho ancora addosso. Le mie spalle la ricordano bene, così come le mie scarpe nelle quali l'acqua si è incontrata con la sabbia creando qualcosa di duro proprio sul fondo. Continuo ad ascoltare il silenzio, sfiorando l'asfalto per rendermi ancora più invisibile ad un popolo che lentamente si sveglia dal torpore di una notte passata nel proprio letto a dormire e sognare. Assaporo il momento lasciando scorrere emozioni sulla mia pelle, dimenticando la stanchezza e lasciando evaporare gli ultimi fumi di un fiume in piena che stanotte m'ha investito a colpi di bottiglie da 33 cl. La piazza centrale è già sveglia. Scema il cinguettìo degli uccelli a vantaggio di quello umano. Fanno da cornice qualche pianta e tanti fiori, di tutti i colori. Mi fermo un secondo, trattengo il fiato e resto basito da tanta bellezza. Ecco la gente. I loro passi, le loro voci. Seduta nei tavolini di un bar a far colazione. Davanti a un'edicola a commentare i fatti del giorno. Un bambino corre felice. Sta entrando in chiesa, ed è lì che mi accorgo che sono ancora tante le persone che sentono questo bisogno. Dalla porta aperta giunge odore d'incenso, alle mie orecchie arriva l'eco di note stanche e tediose. Lentamente prosegue la mia avanzata verso l'auto. Non ho bisogni mentre guardo la città che sbadiglia. Nell'aria vibra la Felicità, e tutti con essa. Non si può non esser felici quando, ancora nel proprio letto, ci si stropiccia gli occhi e si prende atto che anche oggi vi sarà un presente da vivere. Io stamani non mi son svegliato; neppure ieri sera; ma sono tanto felice! Felice di esserci, felice di quel che è stato, felice di non sentire il rumore di automobili. Gli uccelli scherzano e giocano tra loro e sovrastano persino le voci umane. Mi fermo un secondo, respiro. È una notte magnifica, che non dovrebbe mai finire. Subito dopo raggiungo la macchina, l'accendo e torno a casa. Cala il sipario sulla notte. E su di me, magnifico eroe insieme ai soliti, magnifici amici.


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venerdì, 03 luglio 2009

Il vino batte ancora forte sulle mie tempie, del resto ho appena ingollato l'ultimo bicchiere di vino, quello che accanna la bottiglia di un rosso piceno superiore degno della serata appena trascorsa. Ho bevuto in compagnia di un amico che non vedevo da tempo... che ha le sue stranezze... che ogni tanto si allontana da me... ed io da lui... cui voglio un gran bene, anche se talvolta non glielo dimostro... e lui talvolta non lo dimostra a me. Il mio migliore amico è lui. L'alcool brucia con ferocia qualche mio neurone, forse gli ultimi rimasti a disposizione, le mie mani corrono veloci sulla tastiera a scrivere non so che, non so cosa, sicuramente roba che un senso non ha per chi legge ma lo ha per me, perchè è un'emozione. Confusa. Inutile. Un po' triste. Ma lasciale fare. La loro velocità è dettata dalla mia voglia di buttarmi alle spalle un'emozione. E' l'inizio del mio compleanno, solito compleanno passato da solo, come io voglio che sia. Non me ne frega un cazzo di festeggiare, a me interessa vivere. E' così, vivendo, che riesco a festeggiare ogni ora della mia vita. Ogni mio respiro. Perchè io respiro. A volte con fare ansioso, a volte con maggior rilassatezza, a volte mi lascio trascinar dagli eventi ed è come se il respiro non fosse più mio. Mi adeguo al ritmo degli altri, dimenticando quel che sono e quel di cui ho bisogno. Ma sempre più spesso il respiro è solo mio. Tutto mio, e di nessun altro.
Non importa tutto ciò. Non ora. Importa quel che ora sento e che l'alcool sta annebbiando. Ho paura. Paura di cosa, di chi, e perché: è ciò che mi chiedo. Ma la paura resta. La mente si confonde tra mille ricordi e mille emozioni, mi sento in palla, su questo non ci piove, ma... Ma, cazzo, sulla punta delle mie dita c'è ancora la percezione tattile di un fianco che loro hanno toccato. Che loro hanno palpato. Che loro son riuscite ad amare pur essendo stata una roba di pochi minuti, forse di pochi secondi. E' la prima volta che una percezione tattile rimbomba così forte su tutte le pareti del mio cervello in modo da render vive certe sensazioni. Ed io ora me le godo. Ed io oggi voglio piangere. Di felicità. Ma voglio anche amare quel fianco. Perchè io sento che sotto quella maglia bianca che avvolgeva un corpo da favola c'è un cuore che avrebbe voluto battere, ma ha smesso di farlo... perchè la vita non va mai come vorresti che vada... ma tante volte, inaspettato, dietro l'angolo, dietro l'apparente nulla... c'è il tutto. In mezzo al tutto, vive il mio sogno

è venuto così a: tiggei71 erano le ore 00:22 | link | commenti
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martedì, 30 giugno 2009

SENTIRSI RINASCERE

E poi mi scopro a guardarmi intorno ed a scoprire con meraviglia che non tutto quello che mi circonda è merda. C'è del bello attorno a me, tanto bello. Lo vedo, lo sento, lo vivo sulla mia pelle. Così tutta quella negatività che sprizzava da tutti i miei pori si attenua e viene relegata in un cantuccio del mio cuore. Torna la primavera. Sboccia all'improvviso facendomi esultare. Impazzire d'amore. Nuovi sentimenti si affacciano curiosi sul mio viso, e si riflettono nei miei occhi. E' lì, è lì che brilla il mio amore.
Amore.
Si, amore. Amore per più donne. Amore per gli amici. Amore per il sesso. Amore per la vita che dentro me batte forte e s'impossessa di tutto il mio essere, rendendomi felice. O forse è la felicità che mi rende innamorato di qualsiasi cosa viva. La felicità. Mai persa del tutto, ma i fatti della vita talvolta la offuscano facendomi perdere la strada e lasciandomi solo in mezzo ad un deserto di sofferenza. Capita però talvolta che all'improvviso la si ritrovi.

La vedi, la riconosci. E' nel fondo di un bicchiere di Passerina. O nelle risate dei miei amici. O nel calore di una figa bagnata. O nella mia mano che cinge un fianco di don
na. Nella mia bocca spunta un irrefrenabile sorriso, i miei occhi riprendono a brillare di felicità. Poi, soli nella solitudine, imprigionati da quattro mura che mura sono solamente per chi non sa andare oltre, lasciano che la felicità bagni tutto il mio corpo. Mentre nella mia mente scorre il film di tutti quei fotogrammi di felicità che insieme creano una gran storia, la mia mano accarezza distratta il fianco sbagliato...

è venuto così a: tiggei71 erano le ore 17:44 | link | commenti
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